La legge 898 del '70
ha senz'altro rivoluzionato il modo di concepire il
matrimonio, concedendo anche agli italiani, sempre un passo in ritardo rispetto
al resto del mondo più “evoluto”, il sacrosanto diritto di liberarsi da un
vincolo che in molti casi poteva e può trasformarsi in una vera e propria
prigionia. Tante cose sono cambiate da allora e dagli anni immediatamente
successivi, quando la fine del matrimonio era comunque vista con sospetto se
non discredito dalla società e i divorziati additati per la strada. Oggi
separati e divorziati (e single) sono un esercito e considerati, anche
moralmente, alla stregua di tutti gli altri cittadini. Solo la Chiesa si
mantiene saldamente ferma sulle proprie posizioni con le note limitazioni
imposte ai “non più sposati dinnanzi alla legge”. E come ogni “innovazione” a
cui poi ci si abitua e che diviene prassi, seppure, lo abbiamo detto,
espressione ed esercizio di un fondamentale ed intangibile diritto, anche la
disciplina che regolamenta l'iter divorzile necessita di una modifica per
renderla più al passo coi tempi. Ci appaiono, infatti, come un’eternità di
inutile purgatorio quei tre anni che devono trascorrere dalla separazione al
definitivo scioglimento del vincolo e aneliamo, peraltro neanche
particolarmente soddisfatti, all'approvazione del progetto di legge che stabilisce l'abbreviazione dei termini ad un anno per le coppie senza figli e a due per
quelle con prole. Non soddisfatti perché ancora lontani dalle molte
legislazioni straniere che prevedono una procedura assai più snella,
soprattutto nei tempi, più immediati, che permette, nel giro di pochi giorni,
di dire addio al soffocante legame e, se lo si desidera, di convolare a nuove
nozze. Senz'altro opportuna l'attuale riduzione prevista, e' veramente
auspicabile arrivare alla tempistica degli altri paesi? Oggi sposati, domani no
e dopodomani ancora? Non verrebbe, forse, in questo modo snaturato il significato
dell'istituto? Se fosse così rapido ed “indolore” liberarsi del coniuge, non si
rischia che ad essere presa con leggerezza sia la stessa celebrazione
dell'unione, forti del fatto che al primo segnale di stanchezza basti chiamare
l'avvocato? O forse questo e' solo l'ennesimo segnale dell'ipocrita
provincialismo italiano che invece di aprire gli occhi sui mutamenti
avvenuti all'interno della nostra società, cela le proprie paure dietro
paraventi di inutili e perbenisti steccati temporali?
lunedì 10 dicembre 2012
TEMPI PIU' BREVI PER IL DIVORZIO?
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